

198. Crescita zero: un fenomeno con molte cause.

Da: C. Saraceno, Crescita zero: un fenomeno, molte cause, in Stato
dell'Italia, Il Saggiatore-Bruno Mondadori, Milano, 1994.

In quasi tutti i paesi sviluppati, seppure in misura e in tempi
diversi, a partire dalla fine dell'Ottocento, si  verificato un
calo delle nascite, originato da trasformazioni socio-economiche e
da mutamenti culturali, che hanno determinato la transizione dalla
fecondit naturale alla fecondit controllata. In Italia tale
fenomeno, manifestatosi con scarsa intensit all'inizio del
Novecento, ha avuto una costante accelerazione a partire dagli
anni Sessanta, fino a determinare la cosiddetta crescita zero.
Nel seguente passo Chiara Saraceno, studiosa di problemi
demografici e sociali, individua molteplici cause di tale
situazione, mettendo in particolare risalto le carenze dello stato
sociale e le mutate condizioni della donna.


In Italia la riduzione della fecondit  iniziata relativamente
tardi (all'inizio di questo secolo), ma il fenomeno  accelerato
fortemente e costantemente a partire dalla seconda met degli anni
Sessanta. Mentre in altri paesi il contenimento della fecondit ha
una storia pi lunga e oggi assistiamo a un rallentamento e
talvolta a una inversione di tendenza (per esempio, in Francia e
in Svezia), in Italia il fenomeno sembra continuare, facendo di
questo paese quello a fecondit pi ridotta, con 1,3 figli per
donna.
Le possibili spiegazioni di una fecondit cos ridotta e in tempi
cos brevi sono diverse. Alcuni fattori sono simili a quelli di
altri paesi: aumento del valore dei figli, e di conseguenza di ci
che si intende garantire loro; mutamento nella percezione di ci
che fa di una vita una buona vita, individualizzazione dei
diversi componenti la famiglia, in particolare, delle donne,
specie a seguito della aumentata scolarizzazione e partecipazione
al mercato del lavoro da parte di queste ultime.
Altre spiegazioni tuttavia sono specifiche della situazione
italiana e mirano a dar conto, appunto, della sua peculiarit.
Innanzitutto, il fenomeno della riduzione della fecondit in
Italia (con tutte le differenze regionali che lo caratterizzano)
si  accompagnato a profonde trasformazioni nell'assetto politico,
economico, sociale, ambientale del paese. Quasi ogni generazione
dall'inizio del secolo ha sperimentato un qualche grosso
rivolgimento che ha toccato anche i modi di fare e agire nella
vita quotidiana. Potremmo, da questo punto di vista, parlare della
difficolt a trasmettere da una generazione all'altra - per
difficolt di sedimentazione ed elaborazione adeguate - forme di
orientamento e sistemi di priorit. La riproduzione, sia come
generazione che come trasmissione,  avvenuta entro un regime di
incertezza che non pu non avere avuto effetti anche sulle scelte
di procreazione.
In secondo luogo, nonostante i continui appelli al valore della
famiglia e alla solidariet familiare, o forse proprio per questo,
lo Stato sociale italiano sostiene pochissimo la famiglia e la
procreazione, sia sotto forma di servizi, sia sotto forma di
sostegno al reddito delle famiglie che hanno figli, forse perch
sono ancora troppo freschi i ricordi delle campagne demografiche
del regime fascista. Non esiste nessuna forma di assegno per i
figli minori, e anche l'assegno per il nucleo familiare pagato
sulla base del reddito alle famiglie di lavoratori dipendenti,
oltre a essere una prova dello stato di bisogno, solo
indirettamente pu essere considerato come riconoscimento del
costo di allevare la prole. I figli, in compenso, rimangono
economicamente dipendenti pi a lungo che in altri paesi. I
servizi per l'infanzia sono veramente generalizzati e
universalistici solo per quanto riguarda i bambini dai tre anni in
su (cio dalla scuola materna in poi); le scuole elementari e
medie funzionano per lo pi solo a met tempo, con costi
organizzativi notevoli per le famiglie e in particolare per le
madri, per le quali avere un figlio, e soprattutto pi di un
figlio, pu rendere difficile stare sul mercato del lavoro e
raggiungere l'autonomia economica.
Nonostante l'esistenza di una buona legge in tema di diritti delle
madri lavoratrici (e parzialmente anche in tema di congedi di
paternit), fecondit e partecipazione al mercato del lavoro sono
oggi in tensione per le donne, in Italia forse pi che in altri
paesi industrializzati: non solo per la citata carenza di sostegni
e servizi, ma anche perch l'organizzazione del lavoro, dei tempi
di lavoro e delle carriere,  poco attenta ai problemi di chi ha
figli piccoli. D'altra parte, lavorare per le donne-madri non 
solo una scelta, ma corrisponde insieme a una necessit familiare
e a un investimento assicurativo: per s e per i propri figli. E'
noto infatti che il rischio di impoverimento assoluto o relativo
di donne e bambini a seguito della separazione o della vedovanza
sia tanto pi elevato quanto pi precaria o assente  la
partecipazione della donna al mercato del lavoro.
Ricerche effettuate in questi anni segnalano come coorti
successive di donne dal dopoguerra a oggi abbiano disegnato
modelli di comportamento e di corso di vita in cui la riduzione
della fecondit assumeva un ruolo simbolico di volta in volta
diverso: dalla maternit responsabile degli anni Cinquanta e
Sessanta, ove la fecondit era ancora declinata entro il quadro di
riferimento delle solidariet e appartenenze familiari, quando non
comunitarie, alla maternit scelta e decisa sulla base di progetti
sempre pi individualizzati - rispetto al figlio/a, ma anche
rispetto a se stesse.
Quest'ultimo fenomeno  particolarmente visibile per le coorti pi
giovani, in particolare quelle nate negli anni Sessanta e
Settanta. E' la coorte del sorpasso nei tassi di scolarit
rispetto ai coetanei maschi - un sorpasso dai significati e
interpretazioni ambivalenti, ma che comunque apre alle giovani
donne spazi e opportunit di progettazione di s, prima inedite.
Sono donne-figlie su cui  stato molto investito, in termini di
risorse e aspettative, soprattutto da parte delle madri. E' anche
la coorte che, nelle zone e settori pi ricchi di opportunit, d
per scontata la parit con l'altro sesso e il lavoro remunerato
come dimensione normale della vita adulta. Si tratta di un
atteggiamento che insieme risponde a mutate definizioni di genere
femminile e ad aspettative rispetto a una buona vita,
individuale, ma anche di coppia e familiare.
In altre parole, queste giovani donne sanno, e lo vedono
sperimentato dalle donne pi anziane, che avere un lavoro
remunerato  una condizione non solo per una maggiore autonomia
economica ma anche per il benessere delle famiglie e, in
particolare, per mantenere il livello di consumi e il tenore di
vita a cui si sono abituate come figlie. In questo trovano
concordi anche i coetanei.
Nel suo accesso al lavoro, questa coorte tuttavia incontra
difficolt nuove rispetto alle coorti precedenti e in parte da
queste provocate: accanto a quelle che incontra insieme ai
coetanei maschi, in un mercato del lavoro fortemente segregato per
sesso, sconta un restringimento delle possibilit dovuto da un
lato agli aumentati ingressi delle coorti femminili immediatamente
precedenti, dall'altro al restringimento di taluni tradizionali
sbocchi dell'occupazione femminile, quale l'insegnamento, a motivo
proprio della riduzione delle nascite messa in atto dalle coorti
precedenti. Perci una quota consistente di questa coorte deve
provarsi nel mercato misto, in realt maschile per presenze e
aspettative dei datori di lavoro.
Bench i conflitti di sesso non siano molto tematizzati da questa
coorte in modo esplicito, essi sembrano apparire almeno in
controluce nei posponimenti del matrimonio e della maternit
rispetto all'ingresso stabile nel lavoro. Pi che il modello di
una possibile condivisione e redistribuzione dei compiti,
perseguito con relativo insuccesso dalle coorti precedenti, questa
coorte nei suoi comportamenti sembra far proprio quello di
un'autonomia economica e sociale da un possibile partner (mentre
nei rapporti con i genitori pu esservi una dipendenza economica
prolungata). Potrebbe sembrare che pi che sulla reciprocit,
questi progetti e comportamenti siano fondati su un certo grado di
sfiducia nei rapporti tra i sessi. E tuttavia essi si accompagnano
ad attese di uguaglianza, di riconoscimento, a rifiuti di
separatezze che, per quanto possano apparire ottimistiche,
ingenue, o scarsamente elaborate, non possono essere ignorate come
elementi di un processo di ridefinizione dei rapporti tra i sessi
ancora in progress [in corso], che potr avere anche effetti sulle
stesse scelte di procreazione. Gli ultimi dati disponibili sulla
fecondit per coorte, in effetti, sembrano suggerire che le coorti
pi giovani (quelle nate tra il 1950 e il 1955) stanno dando vita
a un nuovo modello di fecondit: tardivo, ma forse meno ridotto di
quello delle coorti che le hanno precedute.
